Nonno

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NonnoIl 21 dicembre se n’è andato mio nonno Quarto.

Sinceramente non riesco ancora ad immaginare di tornare a casa e non trovarlo sul divano, sempre sorridente, come era anche negli ultimi tempi. Alto e grosso, come me lo sono sempre ricordata. I capelli grigi sempre sotto il berretto, che a noi bambini piaceva rubargli per irritarlo.

Non ci si può rendere conto che la roccia della propria vita non c’è più.

Il nonno era la colonna invisibile della nostra casa e della nostra famiglia. L’ultimo Natale non è stato lo stesso, nonostante tutti si cercasse di essere allegri.

Nessuno fa mai caso alle gambe del tavolo. Sono lì, tengono su tutto, ma nessuno ci fa caso. Ma provate a levarne una.

Per me, il nonno era così. Era la gamba del mio tavolo, del tavolo della mia famiglia, e in un attimo è sparito. Sto ancora barcollando nei cocci di piatti e bicchieri cercando il modo di rimediare, di rimettere l’equilibrio, se mai ce ne sarà il modo. Per me, non ci sarà il modo.

Il nonno era una persona semplice, ma chissà che cosa aveva nella testa. Mi pento di non averlo mai ascoltato per bene. Storie strane, un po’ incredibili, ma d’altra parte il suo paese è famoso come il paese dei matti (metà dei miei geni sono di lì, e penso che siano geni dominanti perchè i buoni geni brianzoli non sono granchè usciti fuori nei miei cugini e me).

Era una persona capace di raccontare per ore della sua valigia piena di libri, che qualcuno gli aveva sottratto ad un certo punto. Lui, con la terza elementare, che girava con una valigia piena di libri. Non pensate che leggesse Kant, no di certo, ma in un’epoca dove persino chi esce dalle superiori fatica a leggere parole di più di tre sillabe, è incredibile, e poetico, pensare ad un uomo che cinquant’anni fa si trascinava dietro decine di libri, anche se il più colto fosse stato Il conte di Montecristo. E di Montecristo mi sapeva raccontare a menadito la trama, senza confodersi con i nomi dei personaggi, tanto che non ci volli credere quando poi lo lessi per davvero.

Era una persona che una volta si definì “minchione” per lo slancio che aveva ad aiutare tutti, la sua famiglia in primis. Non si faceva in tempo ad esprimere un bisogno al nonno, che era già volato in soffitta o in garage a prendere ciò che ti occorreva. Era uno che al sapere del mio corso di disegno andava a recuperare chissà dove i disegni che seienne avevo fatto insieme a lui.

Era quello che aveva un aneddoto su tutti, e li tirava fuori quando la cosa era il più imbarazzante possibile.

Era una persona importante, che non abbiamo fatto sentire abbastanza importante.

Invisibile, era quello che reggeva le sorti di tutto e di tutti. Era amico persino di Francis.

Mi dispiace che se ne sia andato via così presto, sì, 85 anni sono stati troppo presto per tutti, per la nonna con cui ha festeggiato 60 anni di matrimonio, per i suoi figli che lo chiamavano babbo, come noi chiamiamo i nostri padri, e gli davano del voi, e per noi nipoti, per me che mi vanto di essere speciale per lui, sono la prima nipote femmina dopo due figli e un nipote maschi.

Sono orgogliosa perchè anche se non porto avanti il suo nome, dentro di me la maggior parte di roba viene da lui. Genetica e spirituale. Penso che le mie mattane vengano da lui, da loro, dal nonno e dalla nonna, che mi hanno vista venire al mondo il giorno del loro anniversario di nozze. Per me, che sono melodrammatica, questo è un segno.

Questo è il “mio” nonno. Pensare che non c’è più è come pensare ad una casa spazzata via dall’alluvione, forse si potrà ricostruire, ma non sarà la stessa. Così come me.

E penso che mi manca tantissimo, e che per sempre mi mancherà tantissimo. E penso che mi ha dato le cose buone che ci sono dentro di me, e anche le cattive. Ma di questo non potrò mai essergli grata abbastanza.

Ciao nonno, buon viaggio e buona vita dovunque sei.

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