C’è una piccola meraviglia tra i miei feed: il blog Inspire me, now!. Si tratta di un aggregatore di “attacchi d’arte” e prodotti dal design particolare pescati nella rete. Il meglio degli ultimi giorni è questo:




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…no, non sto parlando di Kiss Me Licia!
Sto parlando della Signora del fantasy italiano, la signora Licia Troisi, in arte la signora Licia Troisi, quella del Mondo Emerso!
Confesso: non so resistere ai romanzi di successo. Credo sia invidia. Nella mia testa si accendono delle lucine diabolichine che mi dicono “Rosica rosica, questo è un romanzo di successo” e dentro di me, in un’altra parte della testolina, mi dico “Che nervi, almeno sapere perchè questo libro ha successo… grr”.
Succede poi che me ne dimentichi nella stragrande maggioranza dei casi. I libri nuovi sono tantissimi e per fortuna sono anche un po’ smemorata.
Però… quando poi mi capita di poter leggere uno di questi romanzi a sbafo non mi tiro indietro. E’ successo con Harry Potter. E’ successo con Eragon. Adesso mi era venuta voglia di leggere questa signora Troisi e mi sono fatta prestare la trilogia.
Era andata bene con Harry. Era andata male con Eragon.
Ed ora, a discapito di tutta la fantasy che si rispetti, il Male ha vinto contro il Bene.
Mi è stato poi chiesto che cosa ne pensassi. Il mio giudizio mal si confà alle decimigliaia (forse più) copie vendute, così curiosando in rete mi son detta di cercare se ci fosse qualcuno che la pensasse come me. C’è. E siccome sto ancora ridendo a crepapelle (ridendo castigat mores) voglio condividere con i miei lettori queste perline. D’altra parte non credo che sarei in grado di fare di meglio. Mi chiedo se ho usato abbastanza punti. Credo di sì. Forse non sufficienti puntini… intendo… di sospensione. Dopo il saltino i links e le conseguenze dei libri della Troisi.
La trilogia di Licia Troisi, edita da Mondadori
Ultimamente ho letto alcuni libri che mi hanno colpito molto. E’ così terribile voler condividere con gli altri, specialmente con chi mi è vicino, questo entusiasmo nuovo che non provavo da un po’? Mah, evidentemente l’entusiasmo non è sufficiente.
Comunque, si tratta di una trilogia fantasy di Guy Gavriel Kay… qualcuno lo ricorderà per aver lavorato al completamento postumo del Silmarillion di Tolkien. I titoli italiani (lasciamo perdere la proprietà della traduzione…) sono: La strada dei Re, La via del fuoco e Il sentiero della notte.
Fionavar, il primo dei mondi creati dal Tessitore, è in pericolo: il risveglio di Rakoth Maugrim, il Male esterno alla Tela dei Mondi, minaccia la distruzione del mondo di Fionavar e, se Fionavar cadrà, anche del resto dei mondi creati.
Cinque studenti universitari di Toronto, condotti su Fionavar per festeggiare il giubileo del re di Brennin, saranno coinvolti nella lotta e sentiranno svegliarsi dentro di sè poteri sconosciuti e potenzialità nascoste.
La trama è articolata, vivace e ricca di colpi di scena, e sarebbe troppo lungo raccontare tutti e tre i libri qui.
Il mondo creato dall’autore è completo in ogni suo dettaglio, la religione, le credenze, le divinità e le tradizioni sono narrate in modo talmente coerente che il lettore non fa fatica ad entrare nel mondo e a farlo suo completamente. Anche la mitologia, quello che è successo nei secoli precedenti ed ancora riveste importanza nel momento attuale, è delineata con precisione, e contribuisce allo snodarsi della vicenda.
Acquistai il primo di questi libri quando ero ancora alle superiori, non ricordo più l’anno, e ne cercai disperatamente, per un certo tempo, i seguiti, ma dovetti rinunciare perchè non esistevano da nessuna parte. Credo di aver desistito poco prima della pubblicazione del secondo e del terzo volume, comunque pensai che non sarebbero stato pubblicati in Italia, visto che non avevo mia sentito nessuno che parlasse del primo libro.
Su Internet invece, recentemente, ho trovato che i due volumi seguenti erano usciti… purtroppo un bel po’ di tempo fa. Ho controllato sul catalogo della casa editrice ma risultano esauriti. Peccato; ma la biblioteca per fortuna ha avuto l’accortezza di procurarsene i volumi ai tempi dell’uscita… così ho potuto leggerli.
Davvero una trilogia ben riuscita, che mescola elementi modernissimi al fantasy classico, pescando anche dalle leggente del ciclo bretone, e che riesce a rendere credibile, reale, ben strutturato e vivo un intero mondo.
Libri poco conosciuti, purtroppo, in Italia, ma spero che le cose possano cambiare…
Faccio un saluto a julie-chan che come me è in pena visto che nessuno pare conoscere questa trilogia… e le rispondo: il mio passo preferito è quello di Paul sull’albero di Mornir, quando l’intervento della dea scioglie le sue lacrime, e con esse anche il cielo di Brennin si sciogle, interrompendo la lunga siccità.
Dedico questo post a L., con la quale ho condiviso in gioventù una passione per il personaggio sopraccitato, con l’augurio che non lo legga prima di Natale, altrimenti si rovinerà la sorpresa.
Il libro di cui parliamo questa sera è il penultimo della discreta, ma pur sempre interessante, produzione della scrittrice di cui dissi due parole alcuni interventi fa, Isabel Allende.
E’ un libro in qualche modo diverso da quelli precedenti, innanzitutto perché, se facciamo eccezione per Il piano infinito (che, a onor del vero, è forse quello che mi è piaciuto di meno, è l’unico libro di Isabel dove il protagonista sia un uomo, Diego de la Vega, di cui qui esploriamo la nascita e la giovinezza fino alla prima eclatante impresa di Zorro in favore della giustizia.
Credo, nell’immaginario collettivo, che la figura di Zorro sia legata soprattutto ai film e ai telefilm di qualche tempo fa e, per chi ha la passione dei feuilletons, ai romanzi di Johnston McCulley risalenti agli anni 20. Comunque, una figura già matura, già dotata dei suoi superpoteri (il cavallo Tornado, il servo Bernardo, la spada, la frusta, la maschera e via andare) e già in lotta per la giustizia, in cui forse gli anni di formazione sono lasciati un po’ alla fantasia del lettore.
Bene, Isabel prende questi anni di formazione un po’ magmatici e ne tira fuori una storia meravigliosa, la storia oltre che di Zorro, del suo giovane interprete Diego, del fratello di latte Bernardo (sempre muto, sì, ma non panzone come nel vecchio telefilm, anzi, una figura di indio quasi mitologica ed estremamente sexy), della sua famiglia, della California di quel periodo. Ne esce un romanzo picaresco, d’avventura e di sentimenti, di cappa e di spada, una commedia dai tocchi solenni come solo Isabel è capace di fare.
Le figure si stagliano su uno sfondo descritto nei minimi particolari, come i personaggi in un paesaggio opulento, che allo stesso tempo è capace di farli risaltare al massimo. I caratteri dei personaggi sono così ben definiti che sembra di conoscerli di persona anziché sulla carta, fedeli a se stessi, capaci di andare fino in fondo con le conseguenze delle loro azioni.
La storia è tutta da scoprire; le origini di Diego, un quarto di sangue indio che lo aiuta a scoprire il suo animale totemico, la volpe, l’astuta volpe, a suo agio fra grotte, inganni e trabocchetti, l’educazione spagnola che non doma il suo spirito selvatico, il viaggio iniziatico in Spagna, fra lezioni di scherma, dame altezzose, trucchi di magia e zingari, la rocambolesca fuga che lo porta diritto fra le fauci di feroci pirati, l’inizio della presa di coscienza.
Il libro si chiude improvvisamente sulla prima vera impresa di Zorro in California, fra uno, due, forse dieci o mille altri Zorro come lui. Si chiude improvvisamente e quasi con malinconia, perchè trascina talmente il lettore fra le sue pagine che dispiace di lasciarlo, dispiace svegliarsi su un treno freddo in una sera piovosa dopo aver sudato in una calda estate californiana.
Il mio giudizio su questo libro? Imperdibile. Degno della migliore Isabel della Casa degli Spiriti.
Vi lascio con una simpatica citazione, che ancora una volta dimostra come Isabel sappia descrivere così bene quello che provo ed ho provato anche io.
” Il corsaro la vide esitare e senza pensare la prese tra le braccia e la baciò sulle labbra.
Fu il primo, vero bacio di Juliana e sicuramente il più luno ed intenso di tutta la sua vita. in ogni caso, fu il più memorabile, come sempre succede con il primo. Il contatto con il pirata, le sue braccia che l’avvolgevano, il suo respiro, il suo calore, il suo odore virile, la sua lingua nella bocca la scossero in profondità. [...] Dediderava Lafitte con una passione che conosceva da poco, ma con una certezza antica e assoluta. Mai avrebbe amato un altro, quell’amore proibito sarebbe stato l’unico della sia vita.”
Isabel Allende, Zorro – L’inizio della leggenda, Feltrinelli, Milano, 2005
E’ una piccola scrittrice, quella che ho iniziato a leggere quasi per caso quest’estate, in campeggio, mescolando alle assolate giornate della Corsica le parole e le leggende ispirate alla magica terra del Cile.
Un’autrice la cui scrittura si legge, si lascia leggere con cadenze ipnotiche che guidano all’interno della pagina, diritti in piedi dentro le vicende, corali, affollate, di persone e di figure mitologiche grazie alle quali tu che leggi ti senti come uno dei tanti spettatori, che vede da dentro, e non da fuori, accadere le cose.
La sua prosa è così ammaliante che mi capita di arrivare, insensibilmente, a metà di un libro denso di persone e di episodi senza nemmeno accorgermene, e di accingermi a scendere la china verso la fine con malinconia, dispiaciuta all’idea che una storia tanto bella, tanto intensa, debba avere come tutte una fine.
Le storie di Isabel sono tutte storie di donne, di donne e d’amore; ma non quelle donne e quell’amore che riempiono i romanzetti rosa, favolette buone per sbrigliare l’immaginazione per qualche ora, e per essere subito dopo dimenticati. Le donne di Isabelsono forti, sono donne che hanno forza e tempra molto più degli uomini di cui sono circondate, donne che hanno il coraggio e il carattere per prendere il mondo in cui sono capitate e plasmarlo, assoggettarlo e riempirlo con la loro presenza, i loro affetti e le loro visioni. Non sono donne fantascienze, slegate dalla realtà, anzi, sono donne che hanno tutti e due i piedi ben piantati per terra, donne che amano e crescono figli, ma che fino alla tomba non si annullano né per un uomo né per la famiglia, che continuano a combattere indomite, a testa alta.
Isabel è una donna che scrive di donne, e per altre donne, ma queste donne danno una speranza, fanno alzare la testa dal libro e pensare che da domani si può essere un po’ di più una donna alla Allende.
Ecco quello che mi viene da chiamare di solito un “libro da capezzale”. E’ un libro che si tiene sul comodino vicino al letto, o comunque a portata di mano, e quando se ne ha voglia si sfoglia anche solo per leggerne un pezzettino tanto per ricordarselo.
Nonostante il titolo, questo è uno di quei libri. In realtà potrebbe sembrare un libro di utilità, di quelli che insegnano il fai-da-te, ma, anche se questo è il suo scopo principale, e lo assolve egregiamente, lo stile di scrittura è talmente godibile che non ci sarebbero difficoltà nel considerarlo come un romanzo.
Tranne l’ultima parte, la più tecnica, piena di accorgimenti sulla scrittura a macchina e l’impaginazione, ormai abbondantemente superato, il resto è una lettura ideale, scorrevole, che si fa capire subito, anche dai non addetti ai lavori, ricca di aneddoti e di curiosità.
Uno stile, quello di Eco, che mantiene freschezza nonostante l’opera non sia poi così recente, che richiama quella dei suoi romanzi più famosi. Non so dire se questo stile sia spontaneo o studiato a tavolino, ma quello che rimane, come anche nelle Postille al Nome della rosa, è un gusto saggistico che rimane a lungo sulle papille gustative.
Un libro ideale anche ai non addetti ai lavori o a chi non debba fare una tesi di laurea (anche se io, quando l’ho letto la prima volta, non vedevo l’ora di cominciare!), anzi, perfetto per capire i meccanismi delle citazioni, delle note, dei debiti da pagare e dell’umiltà scientifica. In definitiva, un modo per capire se il saggio che stai leggendo è stato scritto da un barone presuntuoso o da qualcuno che sa quello che fa e lo fa bene.
Commento di Valse
Il testo è un sorprendente caso di nomen omen e spiega, per l’appunto, come fare una tesi di laurea. La trattazione dell’argomento è piuttosto ampia: si va dalla scelta dell’argomento all’impostazione della macchina da scrivere. Le spiegazioni sono chiare, comprensibili e, cosa che ho molto apprezzato, per nulla dogmatiche.I laureandi di facoltà scientifiche troveranno il testo interessante e utile, ma dovranno integrarlo con uno più specifico per il loro percorso di studi. In generale, un ottimo libro, caratterizzato da uno stile così godibile da poter essere consigliato anche a chi non ha in programma di fare alcuna tesi.